Sorry we missed you..or maybe we missed us?

Si dice non sia semplice scegliere un titolo: deve racchiudere il contenuto cui si riferisce, senza svelarne troppo e, se possibile, affascinando chi lo legge, invogliandolo a saperne di più, ad interrogarsi.

Sorry We Missed You – “Scusa, ti abbiamo mancato”- è l’espressione che Ken Loach ha scelto come nome al suo ultimo film, facendo leva su un fertile, quanto faticoso da accettare nel suo riguardare ciascuno, doppio senso. “Sorry, We Missed You” è la frase scritta sul bigliettino lasciato dai trasportatori quando non trovano in casa il proprietario cui il pacco è destinato; d’altra parte però questo messaggio standard ed uniforme assume un significato ben più relazionale e personale se letto a partire dalla prospettiva delle relazioni umane, e si può tradurre con- “Scusa, ci sei mancato”-. Nel caso del film i figli della coppia di protagonisti si confrontano con il faticoso dover significare le assenze dei genitori, costretto a lavoro a causa di una situazione di svantaggio economico che si ripercuote nelle dinamiche familiari.

Il desiderio di rivalsa economica e sociale abbaglia le azioni del protagonista, un padre con diversi lavori alle spalle che sceglie, esponendo la famiglia ad ulteriori debiti, di mettersi in proprio diventando corriere freelance. In questo modo interrompe, credendo di lasciarsi alle spalle con la condizione di operaio dipendente, il ciclo di ripetizioni tra lavoro saltuario e disoccupazione, in cui affonda le radici il suo senso di impotenza intravedendo nella posibilità di un’azienda individuale una crescita e una maggiore realizzazione economica per sé, per la coppia e i suoi figli. La moglie sacrifica per questo progetto imprenditoriale infatti la sua auto, che le permetteva di recarsi più agevolmente nelle case dei pazienti di cui si occupa come assistente domiciliare, finendo però in una spirale di crescenti impegni e inesorabile aumento del tempo trascorso fuori casa. La trappola di un lavoro non realmente autonomo, né sufficientemente remunerativo, verso cui sembra tendere la nostra società, non tarda però a manifestarsi in un crescendo di orari massacranti, richieste continue, contrazione del tempo libero e di quelle da dedicare alla coppia e ai figli, multe ed intimimdazioni, interagendo con le sfide evolutive della famiglia e di ogni singolo membro, con il risultato di sottrarre ad esse tempo, consapevolezze ed umanità. Si osservano infatti, come consegeuenze della precarietà, effetti più immediati, dettati dalla reazione emotiva negativa di rifiuto della condizione stessa: impotenza, paura, rabbia, disorganizzazione, apatia, disperazione, comportamenti aggressivi, violenti e criminali, depressione, riduzione delle abilità relazionali all’interno della coppia e tra le generazioni. Nel lungo periodo una condizione stressogena potrebbe produrre un rafforzamento di legami affettivi tra chi si confronta con essa, la creazione di matrici di gruppo in cui far circolare solidarietà ed accoglienza. Non accade questo però; sembra che queste modalità di gestire la difficoltà siano relegate ai ricordi di una paziente ormai anziana, sbiaditi nelle sue fotografie e nei bisogni di chi vive il presente, ma sperimenta condizione diverse e che sembrano impedire ogni forma di alternativa. Il quotidiano per le fasce più esposte al ricatto di lavori precari e della gig-economy non produce altro che perdita di fiducia in sé stessi e negli altri, in particolar modo nei confronti delle istituzioni, rafforzamento dell’indifferenza verso le necessità altrui, avidità, attaccamento ai propri possessi, idee e convinzioni, diffidenza verso il diverso, tendenza ad avere un giudizio superficiale. Non sembra esserci possibilità per appartenenze solidaristiche, gruppi, spazi in cui far circolare risorse relazionali e non senza il vincolo del denaro e del guadagno.

Rispetto alla salute mentale di chi si confronta con i lavori della Gig Economy, sebbene esistano alcuni studi internazionali, come quello inglese citato da Forbes a metà di quest’anno, che vorrebbero presentare il fenomeno della gig-economy come una svolta positiva per la vita lavorativa di tutti, la realtà e il vissuto dei singoli appaiono più complessa.

A prima vista infatti lavorare meno ore, avere più flessibilità, gestire il tempo a proprio piacimento, sembrerebbero condizioni ottimali soprattutto sia per i giovani che cercano un lavoretto durante gli studi, sia per i genitori che devono conciliare famiglia e impiego. Questo vertice osservativo però esclude dalla propria analisi le condizioni socio economiche dei singoli, come sottolinea uno studio della Oecd infatti il 60% dei lavoratori impiegati dalle piattaforme online lavora meno di 15 ore a settimana (Inps, 2018) ed oltre la metà dei gig-workers vorrebbe poter lavorare di più per riuscire ad avere un salario dignitoso. In una condizione di sotto-occupazione forzata, non potendo guadagnare a sufficienza con un solo impiego, la maggior parte dei lavoratori finisce per averne molti.

Una ricerca dell’ Università di Hertfordshire evidenzia come i gig-workers non abbiano la possibilità, il potere economico, sociale e relazionale di sfruttare la flessibilità a loro vantaggio, al contrario, finiscano per vedere ridotta la loro decisionalità, non potendo poggiare su tutele definite, andando, ad esempio, al lavoro anche in condizione precarie.

Con uno spirito e uno sguardo fortemente neorealista, talvolta proprio documentarista, la pellicola rappresenta la denuncia sociale delle condizioni dei nuovi lavoratori, delle loro famiglie e dell’intera società.

Sembra essere un monito, allargando l’inquadratura, a non cadere nel tranello di pensare gli individui come monadi separate, appiattendo la lettura di un fenomeno, di un comportamento, di un sintomo alla sua mera manifestazione, considerando la società come un semplice palcoscenico che non contribuisce a determinare e a significare le azioni di ciascuno.

Un messaggio davvero importante per non perderci.

Se questo articolo ti ha interessato, spinto a riflettere o ti sei riconosciuto in alcuni dei suoi passaggi puoi condividerlo o contattarmi

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