Come aver cura? Indicazioni dalla “notte dei tempi”.

La società contemporanea esalta il successo, intende l’intraprendenza spesso come prevaricazione e confonde dietro a traguardi e status quo il bisogno di interdipendenza e sostegno reciproco. Le qualità “sotto i riflettori” sono in grado di assorbire la luce dell’attenzione di singoli e sistemi sociali, scintillando, catturando gli sguardi, costruendo cultura. Quasi non ci si accorge infatti della condizione e della gestione di chi sperimenta situazioni meno funzionali, perché in condizione di disabilità o perché sta affrontando l’invecchiamento. Superare la fase adulta o una limitazione funzionale infatti sono intesi come una successione di perdite, un periodo, o l’intera vita, a tinte meno accese, dando per scontato che a questo corrisponda un vissuto negativo. Le prospettive teoriche e le pratiche  contemporanee, sintetizzate all’interno dell’approccio del ciclo di vita ,offrono altre vertici osservativi. 

Infatti, a guardare i numeri e le previsioni, la società dovrebbe riflettere ed interrogarsi maggiormente sul rapporto e sui significati attribuiti alla condizione dei membri più deboli e alla loro gestione. Nel 2018 in Italia sono stati rilevati 168,9 anziani ogni 100 giovani e l’invecchiamento della popolazione, destinato ad aumentare, è fotografato dai dati sintetizzati su questa tabella.

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Non è sempre stato così: è facile ritrovare già nel secolo scorso altri modelli familiari ed economici in cui gli anziani rivestivano ruoli più centrali e si dovevano confrontare con minori condizioni di marginalizzazione relazionale. Allo stesso modo non faticano ad affiorare alla mente esempi dall’etologia: molti mammiferi praticano l’altruismo e la solidarietà verso membri più deboli, anziani o in difficoltà.

Una preziosa riflessione sul senso di aver cura nella società contemporanea viene da un fatto apparentemente lontano, poco affine: il ritrovamento di resti  di ominide fossilizzati.

David Lordkipanidze, un paleoantropologo,alcuni anni fa nei suoi scavi a Dmanisi, un piccola località 93km a sud-ovest di Tbilisi, in Georgia, ha disseppellito, tra utensili in pietra molto primitivi, migliaia di pietre scheggiate, cinque crani, pressoché completi, di Homo Erectus, risalenti a 1.8 milioni di anni fa. Sono le tracce dei primi abitanti dell’Europa, gli ominidi più antichi che si sono avventurati fuori dall’Africa, gli antenati di innumerevoli generazioni di esploratori.  Oltre al valore di una scoperta simile, la cosa più incredibile è che le mandibole sono lisce, non è presente neanche un dente. L’individuo, rispetto alla vita media dell’epoca era infatti molto vecchio, si stima avesse superato i quarant’anni, e aveva perso conseguentemente tutti i denti.

Non è la sua età, però, la cosa più sorprendente: non c’è segno infatti delle cavità occupate dai denti, segno che dovevano essere passati alcuni anni prima che l’osso riuscisse a riempirle.  Ecco quindi la testimonianza dell’esistenza di una comunità che per anni aveva masticato cibo, protetto e accudito un suo membro più debole; una prova che gli esseri umani sono intrinsecamente relazionali e pronti farsi carico dei più fragili.

 

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                   Il cranio dell’ominide di Dmanisi al momento della scoperta                             (fonte: Museo Nazionale della Georgia)

Ripercorrendo la storia e tornando al momento presente ecco emergere nuovi elementi rispetto alle necessità di confrontarsi con la cura delle persone deboli e anziane. Tra i molti rimandi, richiamo un aspetto, per me centrale , da cui ne discendono altri, più pratici ed applicativi.

Il valore di questa scoperta è quello di un forte richiamo alla comunità, al valore delle relazioni come elemento stesso fondante la natura degli esseri umani.

Scendendo verso aspetti più operativi questo principio si traduce in pratiche che valorizzino le relazioni di aiuto, ad esempio con anziani e disabili, costruendo ambienti, non solo fisici, in grado di accoglierne le complesse richieste e necessità, senza lasciare che il peso della gestione ricada su una singola famiglia, su un solo nodo della rete.

Come non ricordare quanto invece spesso accade nel presente, in cui Caregiver familiari e professionali vivono una situazione di impoverimento relazionale, incremento di stress e disagio con rischi per la propria salute oltre che per quella dell’assistito. 

Tornando al cranio e alla sua storia, infatti, non si può immaginare che di questo nostro antenato si fosse fatto carico un singolo membro, al contrario la sua sopravvivenza sarà stata garantita dalla collaborazione  di più persone, ciascuna in grado di portare una specifica forma di aiuto, non solo alla persona bisognosa, ma anche, indirettamente, agli altri che se ne occupano.

Il burden ,vale a dire il peso fisico e psicologico dell’assistenza, non può infatti essere gestito da soli e la figura dello psicologo è necessaria sia come sostegno individuale e sia come aiuto nel concepire e creare una rete di assistenza in cui far transitare gli aiuti alla persona, ma anche affetto, comprensione e vicinanza tra chi se ne occupa. 

Nella mia pratica professionale, in alcuni casi, anche a domicilio, e lavorando in rete con medici e geriatri, strutture del Servizio Pubblico e associazioni territoriali, offro ascolto, sostegno e orientamento a caregiver familiari e professionali per la gestione di situazioni di lungodegenze o patologie degenerative. Realizzo gruppi e percorsi di formazione, promuovendo modalità non emergenziali, ma pianificate di organizzazione dell’assistenza, in funzione del benessere dell’assistito, della sua famiglia e degli operatori coinvolti.

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