Gli esami al tempo del coronavirus: alla ricerca di riti, alla ricerca di pensiero

Da molti mesi ormai il quotidiano di ciascuno è cambiato, il lockdown ne ha fatto deragliare i percorsi abituali e, con diverse modalità e risultati, l’intero sistema sociale sta cercando di strutturare nuovi equilibri in cui i percorsi dei singoli e delle comunità possano svolgersi. Se la chiusura delle scuole è stato il segnale dell’impatto epocale di quanto stava avvenendo sembra esserlo anche il loro essere rimaste chiuse e l’indefinitiezza circa date e modalità di apertura.

Questo scenario sembra poter essere rappresentato come un telaio su cui a studenti, famiglie e insegnanti è stato chiesto di comporre la Didattica a Distanza, tessuto sconosciuto. Compito molto arduo far incontrare la trama e l’ordito, tra difficoltà che si estendono trasversalmente tra dimensioni tecniche ed economiche ed attraversano aree che dall’intrapsichico raggiungono elementi istituzionali.

Rispetto all’esperienza delle difficoltà a costruire un’impalcatura tecnica e relazionale che potesse sostenere lo svolgersi e il partecipare alle lezioni è di interesse l’indagine “la scuola online” svolta da Laboratorio Adolescenza e Istituto di Ricerca IARD su un campione di oltre 1500 studenti italiani intervistati tra il 3 e il 16 maggio 2020.

Concludere le lezioni per la maggioranza degli studenti sta corrispondendo con l’inizio delle vacanze, al contrario, per chi deve confrontarsi con gli esami, lo stato d’animo è molto diverso. Di consigli per gestire l’ansia avevo parlato in questo articolo, mentre ora volevo porre la riflessione su un altro piano, particolarmente importante nella situazione attuale, anche se spesso in secondo piano.

Per gli studenti che si trovano al termine di un ciclo di istruzione infatti si pone anche la dimensione di concludere quest’esperienza, in quale narrazione collocarla e che farne rispetto al proprio percorso di vita, non avendo un’orizzonte di pensabilità comune con i compagni, i professori e all’interno della scuola in autunno a cui rimandare questo passaggio fondamentale. Per quelli che stanno concludendo il percorso di istruzione secondario di primo grado è possibile immaginare come contenitori collettivi di questa necessità le classi che si costituiranno negli istituti di secondo grado, in grado di rispondere, insieme con altri attori, alla necessità di raccontare quanto è capitato e farlo, dando forma e senso ai propri vissuti, all’interno di una cornice gruppale definita. Per quanti invece affrontano la maturità invece la prova sarà ancora più complessa: oltre all’inedita modalità di gestirla dal punto di vista della prove infatti questi ragazzi non hanno potuto accedere liberamente ad una serie di passaggi rituali che rendessero pensabile ciò che stava accadendo. Limitati dal lockdown e dalle restrizioni per l’emergenza sanitaria, i ragazzi hanno spostato la preparazione psicologica e relazionale per l’esame più temuto ed atteso in chat e in incontri informali tra gruppi o talvolta con l’intera classe.

Per 480 mila maturandi l’esperienza di questa inedita prova finale è alle porte: un solo colloquio andrà a sostituire due (o tre) prove scritte e una orale. Si ha l’impressione che ci si giochi tutto in un’ora circa, minuto più minuto meno, dovendo far rientrare in questo tempo non solo gli argomenti svolti durante l’anno ma anche la conclusione del loro percorso scolastico. Ci sarà un percorso anche all’interno dell’istituto, ma non sarà la narrazione che ciascuno farà dei suoi anni di scuola: una volta entrato il candidato, indossando la mascherina, in base al calendario e all’orario stabilito, e con solo un accompagnatore al suo fianco igienizzerà le mani e raggiungerà l’aula rispettando segnaletica e cartelli, sensi unici e uscite guidate. Una volta in aula si siederà al suo posto, distanziato dai docenti almeno di due metri. Tolta la mascherina, si potrà iniziare.

Non è semplice affrontare un passaggio evolutivo di questa portata all’interno di una crisi che attraversa le comunità, in particolare se questa costringe a sospendere le forme con cui la relazionalità si è espressa finora. Obbliga a prendere atto di un limite, una impossibilità a compiere ciò che si era progettato, attraversando le forme con cui si era pensato di rappresentare il compimento di un’esperienza, ma non impedisce la realizzazione della stessa. Oltre all’ affrontare l’esame questi ragazzi, i loro professori e le lorof famiglie hanno di fronte la sfida simbolopoietica di ripensarne il senso evolutivo in un contesto diverso da quello che avevano immaginato. Si tratta di ricucire il tessuto di progettualità che l’emergenza ha parzialmente interrotto, gestendo, da un lato gli aspetti quotidiani e pratici, e dall’altro, ripristinando e sostenendo la visione progettuale, rispetto al singolo e alle modalità relazionali. Un processo simbolopoietico infatti genera una struttura a sua volta in grado di produrre significati, incrementando le funzioni disponibili per il pensiero. Un passaggio che non interroga solo i ragazzi, ma anche i sistemi educativi che essi attraversano e l’intera comunità, considerando il quale l’augurio, oltre che ai giovani studenti, non può che riguardare anche l’intera comunità, per un recupero e un sostegno alla capacità di pensare.

Per confrontarsi su questo tema, approfondimenti o per chiedere una consulenza, questi sono i miei contatti.

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